Da qualche tempo a questa parte l’attenzione dei media italiani è molto più concentrato sulla transessualità di quanto non lo sia mai stato in passato. Televisione, politica e mass-media convergono su un tema che in un paese bacchettone come l’Italia non si è mai troppo osato discutere.
Tuttavia mi sembra che in Italia si sia parlato poco del fatto che oggi fosse la giornata mondiale in ricordo delle vittime della transfobia. Qui nel Regno Unito il primo ministro Gordon Brown e la ministra per le uguaglianze Maria Eagle hanno almeno voluto segnare la giornata con una dichiarazione comune di condanna della violenza contro le persone transgender ma non ho letto notizia di una simile dichiarazione da parte del governo italiano.

Brenda
In Italia oggi i giornali parlano d’altro: riportano la triste segnalazione del ritrovamento del corpo di una delle transessuali coinvolte nello scandalo Marrazzo.
Dei dettagli di questo scandalo so ben poco e non mi interessa riportare qui nel blog fatti di cronaca già ampiamente descritti nei media.
Ciò che mi spinge a scrivere oggi è una questione diversa, che qualcuno potrebbe definire prettamente linguistica ma che cela, a mio avviso, qualcosa di più.
Leggendo notizie legate alla transessualità sui media italiani non ho potuto fare a meno di notare, come sono certo sia capitato a molti altri, una netta divisione fra i media, diciamo, tradizionali e più istituzionalizzati, come la Repubblica, la Rai, il Corriere della Sera, ecc., e i media più centrati sull’universo LGBT come Gay.it, Gay.tv, GayNews, ecc. I media tradizionali utilizzano costantemente il genere grammaticale maschile parlando di persone transessuali in transizione da un corpo maschile a uno femminile. In altre parole, la persona che io, come i media LGBT (e il Manifesto), definirei una transessuale di nome Tiffany, i media tradizionali insistono a definire “il transessuale Tiffany”.
Questo uso insistente del maschile per le transessuali mi disturba, e non solamente da un punto di vista prettamente linguistico. Da una parte posso immaginare l’argomentazione del redattore di giornale che si ripara dietro una circolare interna che incoraggia all’uso del genere maschile perché anagraficamente queste persone sono ancora considerate di sesso maschile.
In un altro senso però mi sembra che dietro questa scelta si celi ben di più: una condanna più subdola e maligna, un volere a tutti i costi delegittimare la vita di persone condannate dalla società, come se si volesse ancorarle al loro sesso di nascita negandogli sadisticamente il riconoscimento del genere cui sentono di appartenere.
La gente spesso è gelosa e cattiva. Lo si dice dei bambini, ma gli adulti non sono da meno. La felicità altrui ci forza ad uno scomodo confronto con la nostra infelicità e, quando abbiamo il potere di concedere o negare, raramente pecchiamo di generosità se chi riceve può essere oggetto di una nostra condanna morale. I peccatori, si sa, vanno all’inferno, non gli si dà certo una pacca sulla spalla per aver vissuto la propria vita come hanno ritenuto meglio fare.
Questa triste tendenza la vediamo costantemente con la questione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso. Perché permettere agli omosessuali di accedere all’istituzione del matrimonio? Queste persone che violano in questo modo i dettami della nostra società osando reinterpretare l’amore al di fuori degli schemi consolidati nella nostra cultura. Perché consentire loro di vivere felici fra di noi quasi fossero nostri pari? Meglio impedirgli a tutti i costi di vivere insieme una vita felice come solo dovrebbero le brave coppie eterosessuali.
E lo stesso comportamento lo vediamo in questo caso. Potremmo parlare de “la transessuale Tiffany”, in fondo l’essenza del transgender è il passaggio e il movimento, spesso difficile, sofferto, voluto e combattuto, da un genere all’altro per cui, se vogliamo essere fiscali, anche matematicamente dovremmo potere riconoscere una equa possibilità di cadere da un lato o l’altro di questo muro che apparentemente separa i due generi e usare il femminile sarebbe un gesto quanto meno di cortesia, di rispetto, verso un prossimo che, per quanto diverso da noi, dovrebbe forse avere diritto alla propria dignità. La BBC va anche oltre e parla nel titolo di una donna uccisa in uno scandalo politico. È solamente leggendo l’articolo che scopriamo che la donna in questione non è sempre appartenuta all’universo femminile.
Invece, dicendo “il trans Tiffany”, i media italiani infliggono una sferzata dolorosa per punire le transessuali, quasi a voler sottolineare l’assurdità e l’anomalia di queste persone, che prende corpo nel contrasto fra la forma maschile e il nome proprio femminile, denunciandone la peculiarità e additandole come incidenti della natura. È un petulante rifiutarsi di concedere a queste persone il riconoscimento del genere femminile che è innegabilmente parte del loro essere.
Tutto ciò mi rattrista. In una giornata come questa dovremmo ricordare le vittime della transfobia e invece i nostri media ci raccontano la morte di questa giovane usando un linguaggio che può solamente essere definito transfobico facendone nuovamente vittime incapaci di difendersi da questo attacco a colpi di libri di grammatica.
Che cosa ci dice l’Italia con tutto ciò? Non posso fare a meno di riflettere su come tutto ciò esemplifichi il lungo cammino che le nostre sorelle e i nostri fratelli trans hanno davanti a loro prima di potere conquistare la dignità che spetta loro in questa società così poco disposta ad accettare la debolezza e la varietà della condizione umana.

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