L’Italia fa spesso pensare ad una vecchia cocciuta diffidente di tutti. Ancorata saldamente al proprio conservatismo sociale di stampo cattolico, si trova spesso a far fronte a temi affrontati da altri paesi occidentali ma non cerca mai di imparare dall’esperienza altrui. Piuttosto è convinta di vedere quello che nessun altro sa vedere.

Dopo un’ennesima aggressione selvaggia ai danni di un ragazzo gay, l’Italia torna a parlare di una legge contro l’omofobia, spesso non vedendone la necessità. La principale obiezione mossa contro una tale legislazione è che esistono già leggi contro le aggressioni: per quale motivo attaccare un omosessuale sarebbe più grave che attaccare un eterosessuale?

La verità è che ovviamente non lo è. C’è però dell’altro e la questione va affrontata con un minimo di attenzione in più. Per quale motivo tanti paesi occidentali passano leggi per introdurre un inasprimento della pena per i crimini motivati dall’omofobia? Forse non hanno capito, come gli astuti italiani, che picchiare un eterosessuale è altrettanto grave?

Quello che mi sorprende è che i media italiani e la classe politica non presentano mai le motivazioni dietro questo tipo di legislazioni limitandosi ad esporle in maniera tanto blanda da fomentare un dibattito polarizzato ed estremamente disinformato. Anche chi si presenta come promotore di questa legislazione sembra non avere capito o non volerne presentare le origini in maniera chiara, tanto da far sospettare che il proprio supporto sia dettato solamente da un desiderio di essere politically correct: non ho capito il perché ma mi sembra una legislazione progressista quindi la sostengo.

Le leggi “contro l’omofobia” all’estero spesso non si chiamano così. Da appassionato di lingue che sono e avendo vissuto in un paese di lingua inglese per metà della mia vita, ho un rapporto sufficientemente distaccato dalla lingua italiana da avere avuto modo di riscontrare che l’Italia ha l’inspiegabile abitudine di usare termini impropri per riferirsi a tanti concetti.

Un esempio che presenta perfettamente questa tendenza è il continuo riferirsi, per esempio, alla rivendicazione delle unioni civili fra persone dello stesso sesso come alla legge “per il riconoscimento delle coppie di fatto”, un concetto, se vogliamo, opposto a quello in discussione. Una coppia “di fatto” è una coppia che è tale perché è “di fatto” una coppia. Per separarsi, una coppia di fatto, si lascia, smette di vivere insieme, si dice “fra noi è tutto finito”. L’unione civile non è affatto ciò. È un contratto non dissimile da un matrimonio che comincia con qualche firma e richiederà spesso, in funzione di come è organizzato, l’intervento di istituzioni ufficiali (avvocati, notai, forse un giudice) per una eventuale dissoluzione. Le coppie di fatto sono spesso opposte all’idea di dover sottoscrivere contratti con lo stato per regolamentare la propria vita in comune. L’esatto opposto di chi desidera un’unione civile o un matrimonio.

Il caso della legge sull’omofobia non è del tutto dissimile. Si parla di legge contro l’omofobia laddove gli anglofoni parlano di “hate crimes” o crimini motivati dall’odio. La legislazione sugli hate crimes generalmente include crimini motivati dall’appartenenza (effettiva o percepita) ad un gruppo definito da caratteristiche quali la razza, la religione o l’orientamento sessuale. Queste non sono le uniche categorie esistenti ma sono quelle all’origine della maggior parte dei crimini motivati dall’odio.

In questa ottica vedete bene che l’obiezione a questa legge cessa di essere rilevante. Un attacco su un omosessuale non è affatto più grave di un attacco ai danni di un eterosessuale. La differenza è circostanziale. Sono gli omosessuali a cadere vittime di questi attacchi. In un domani (che ci sembra improbabile) in cui siano gli eterosessuali ad essere vittime di tali aggressioni in virtù del proprio orientamento sessuale, la stessa identica legge proteggerebbe anche loro.

Invece in Italia si parla di legge sull’omofobia e si incontra la stessa monotona disinformata obiezione che per quanto sciocca riesce tuttavia ad ostacolare il progresso di questa legislazione.

Ma c’è di più.

La domanda potrebbe quindi essere per quale motivo un attacco motivato da una forma d’odio dovrebbe risultare più grave di un simile attacco privo di tale motivazione? La risposta è semplicemente che lo è.

Un attacco incentrato su un aspetto così radicato come l’identità di una persona ha ripercussioni psicologiche molto severe per quel che riguarda la sicurezza e l’autostima della persona. Non solo. La vittima di un tale attacco non è solamente l’individuo stesso ma tutti gli appartenenti a quel medesimo gruppo che iniziano a percepirsi come obiettivi potenziali di simili attacchi. È quello che in politica si chiama terrorismo. Il terrore provocato dalla possibilità di un attacco imminente è dannoso a livello sociale e va ad aggiungersi al danno provocato da qualsiasi attacco precedente sia la causa del clima di terrore. Nel caso dei crimini motivati dall’odio c’è poi il rischio ulteriore di ripercussioni vendicative ai danni del gruppo che è percepito come originario della violenza subita.

Non è difficile vedere come un clima simile sia destabilizzante a livello sociale e mi sconvolge constatare come il governo italiano lasci correre invece di prendere una posizione forte e decisa in supporto delle vittime di questi attacchi e contro questo clima di insicurezza. Come tante altre destre prima di loro, sono fautori stessi di quel clima di insicurezza che li ha portati a governare.